[di mercoledì] Esternalizzo o internalizzo? Questo è il Dilemma
Oggi si cita Shakespeare a sproposito
A gennaio 2024 mio figlio ha iniziato l’asilo.
È il primo figlio, era il primo asilo, eravamo inesperti. Non sapevamo quali fossero le caratteristiche obbligatorie per una struttura che accoglie bimbi molto piccoli: ci sentivamo già fortunati ad aver trovato un nido che lo prendesse, per di più con l’inserimento a metà anno.
Poi.
Già dopo la prima settimana sono iniziati i problemi. Abbiamo scoperto che nella struttura che avevamo scelto, l’età degli altri bambini partiva dall’anno e mezzo in su. Mio figlio di 9 mesi era il più piccolo e aveva esigenze diverse, che però quel nido faceva fatica ad accogliere. La scelta del posto era stata fatta che lui non era ancora nato, quando né io né il mio compagno avevamo idea di cosa volesse dire gestire un bimbo molto piccolo.
Una necessità su tutte: aveva ancora bisogno di fare la nanna al mattino, ma in quella struttura non era possibile. Risultato: ogni sera andavamo a prendere un bimbo stanco, intrattabile, che crollava tra le 19 e le 19.30 senza quasi mangiare (e si svegliava poi alle 5.30). Questo per mesi, fino a che non siamo arrivati a fine anno scolastico e abbiamo deciso di cambiare struttura.
Con la scelta del primo asilo, mi sono sentita una stupida: per lavoro, collaboro da sempre con partner, e so quali sono i punti critici nell’esternalizzare un’attività (ne avevo parlato proprio in uno dei primi episodi della newsletter). Eppure, non sono riuscita a portare la mia esperienza professionale nella vita personale. È una riflessione che ho fatto a posteriori, e oggi voglio condividere con te quello che ho imparato.
I vantaggi di esternalizzare
Liberi del tempo, perché deleghi a qualcuno l’attività. Mio figlio era all’asilo, io e il mio compagno potevamo avere tempo per altro (leggi: lavorare);
Affidi il lavoro a qualcuno più esperto di te, quindi ti aspetti che venga svolto meglio di quanto lo faresti tu.
I punti critici
Se non scegli bene il partner, i punti 1 e 2 possono velocemente trasformarsi in un boomerang:
Hai liberato tempo, ma poi ti trovi con un lavoro fatto male, che ti costringe a rifarlo e a stressarti - noi che, dopo 8 ore di lavoro, avevamo a che fare con un bimbo stanco e difficile da gestire. Non un ottimo modo di concludere la serata.
Il partner non si rivela più esperto di te, ma con la stessa esperienza o più scarso. Weekend passati ad addormentare nostro figlio a metà mattina, per poi sentirsi dire dalla struttura che loro non riuscivano.
Altro punto critico sono gli aspetti legali. Capita a volte di firmare un contratto con leggerezza, e poi ci si trova in una relazione lavorativa poco efficace, e si può recedere solo pagando delle penali. Noi che, prima di poter lasciare la struttura, dovevamo aspettare la fine dell’anno scolastico, oppure andarcene prima ma pagando comunque tutte le mensilità previste.
Extra-tip: se hai esigenze particolari, presta particolare attenzione alla scelta del partner. Nostro figlio ha iniziato l’asilo molto piccolo, avremmo dovuto documentarci meglio sulle necessità dei bambini di 9 mesi e su qual era l’offerta delle diverse strutture.
Gli svantaggi
Se esternalizzi, spesso non ti porti in casa la competenza, e questo può diventare un problema se cambi il partner con cui collabori, intanto perché nessuno in azienda ha quella conoscenza specifica, e poi perché spesso non c’è neanche una documentazione di ciò che è stato realizzato.
Fai sempre sempre SEMPRE produrre della documentazione ai partner con cui collabori. Oppure producila tu a fine progetto. Ci perderai qualche ora di lavoro ma ti salverà la vita.
Tornando all’esempio personale: ci sono tantissime cose che un neo-genitore non sa sulla gestione dei bimbi piccoli. Le educatrici di nido invece le sanno, visto che lavorano con i piccolini da mattina a sera. Cerca di assorbire da loro tutte le informazioni salvavita di cui potresti aver bisogno. “Mi spieghi come addormentare mio figlio da solo?” e “Come faccio a lavargli i denti senza urlare?” sono ad esempio due delle domande dell’ultima settimana.
Ancora meglio: se hai la fortuna di trovare una babysitter competente, potrai non solo chiedere consigli, ma anche vederla all’opera e prendere ispirazione (il famoso learning by doing applicato ai lattanti).
Insomma, l’assetto migliore potrebbe essere una soluzione ibrida tra interno ed esterno, in cui ci sono:
una o più persona in azienda (nell’esempio nido: i genitori) che si interfaccia/no con il partner esterno e che condivide/ono strategia e obiettivi del progetto, monitorando i KPI.
un’agenzia esterna (le educatrici bloccate sulla porta) o un freelance (la babysitter) che non solo mettono a disposizione le loro esperienze, ma passano le competenze alla/e persona/e di riferimento in azienda, in un’ottica di formazione continua. Il freelance è forse una soluzione più costosa e non adatta a tutti i progetti (dipende dalla complessità), ma potrebbe rivelarsi più efficace se l’obiettivo finale è il passaggio di competenze. Anche perché il turnover nelle agenzie è abbastanza elevato, mentre se scegli il libero professionista hai la certezza di parlare sempre con la stessa persona.
L’immancabile checklist degli errori da evitare
In realtà, che la prima esperienza al nido di mio figlio non sarebbe andata bene, me ne sarei dovuta accorgere già nel periodo dell’inserimento. I campanelli d’allarme c’erano tutti.
Le tempistiche non erano definite: di norma i calendari prevedono un’ora di affiancamento i primi giorni, per poi allungare progressivamente il tempo di distacco dai genitori e concludere il tutto in tre settimane, massimo quattro se ci sono situazioni particolari. Nel nostro caso l’indicazione era “portatecelo e poi vediamo come va”, senza un orario preciso. Vi lascio immaginare i giorni passati a giocare a tetris con l’orario di lavoro.
➡️ È necessario definire bene esigenze, obiettivi, tempistiche prima di iniziare la collaborazione con un partner. Poi va bene la flessibilità (le mie tre settimane che possono divantare quattro), ma è importante che tutti gli attori in gioco siano allineati.
Il team di lavoro è cambiato in corso d’opera. Il primo giorno abbiamo conosciuto due educatrici, poco dopo ne è arrivata una terza, e qualche settimana dopo abbiamo scoperto che nel pomeriggio si univa al gruppo un altro bambino - cosa che non ci era mai stata menzionata.
➡️ È fondamentale capire fin da subito quante persone saranno dedicate al progetto e chi saranno i referenti.
L’ambiente non era ordinato.
➡️ Ordine fisico per me fa paio con ordine mentale, e su questo la Marie Kondo che è in me non ha molto altro da aggiungere.
Non avevo raccolto abbastanza feedback, a causa dell’ansia che mio figlio non trovasse un nido. Avevo scelto quella struttura solo perché era disponibile e vicina a casa. Mi ero fatta prendere dall’urgenza, in ragione della scarsità.
➡️ Raccogli feedback prima di iniziare, sempre. I tempi di scouting potrebbero allungarsi un po’ di più, ma ne varrà la pena.
Io mi sono trovata senza un piano B perché la babysitter full time, che avevamo quando mio figlio non andava ancora al nido, aveva già trovato un altro lavoro. Tenere i piedi in due scarpe per un periodo poteva essere la scelta giusta.
➡️ Prevedi un piano B. Se la circostanza lo consente, inizia concentrandoti solo su un task specifico, per poi estendere la collaborazione a tutto il progetto.
Spero che questi consigli possano aiutarti nella scelta del prossimo asilo del prossimo partner con cui lavorare. Se hai qualcosa da aggiungere, come sempre, fammelo sapere nei commenti! ⬇️
Cose belle viste in giro
Una delle ultime newsletter di Giorgio Soffiato, che parla dell’India, ma anche - di riflesso - della nsotra società
Sarò duro, mi chiedo se abbiamo il diritto di lamentarci. Probabilmente si perché il lamento è figlio di una società che ce lo consente. Abbiamo voluto liberare ogni briglia in nome della libertà assoluta. Ucciso Dio, uccisa la famiglia, ucciso il rigore. Siamo liberi, e adesso? Nessuna briglia significa nessun appiglio, per molti (in questo momento della vita fortunatamente non per me) questo significa insoddisfazione, infelicità. Il lavoro che non va, la vita che non va, l’amico che corre la maratona più forte, il parente che ha il giardino più grande. Ho sul tavolo “il gioco infinito” di Simon Sinek, riponevo pochissime speranze su questo libro. Sinek dice una cosa: ti serve una giusta causa. Per contribuire, per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’hai trovato. Anche al lavoro. La giusta causa è abilitata dalle comunità (cos’è il lavoro se non una comunità di pratica?), ecco: ci hanno tolto le comunità. Lo era la chiesa, lo è il lavoro, lo erano gli amici. Se la comunità tornerà una priorità, tornerà la felicità.
Storie da oltreoceano:
E ancora, L’uomo T. che diventa Mastrota
mentre qualcuno acquista la fragola più costosa del mondo.
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Per esperienza personale, non troverai mai nessuno migliore della madre o padre nella gestione del proprio figlio/a. Se sei fortunata, nella città ci sarà 1/100 educatrice migliore o almeno uguale del genitore nella gestione, e non è detto che sia vicino casa. Ed averla a 30 minuti è come non averla...
E' la triste realtà che in alcuni lavori servono competenze, professionalità e studio, le richiediamo nel farci realizzare un sito web o una campagna pubblicitaria, ma la società ancora non ha imparato a richiederlo e regolamentarlo sufficientemente nella gestione dei nostri figli, dal nido alle varie scuole che faranno nella vita.
Buona fortuna